Breve Discorso sull’Abuso d’Autorità e sulle Nomine per Simpatia

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Breve Discorso sull’Abuso d’Autorità e sulle Nomine per Simpatia
senzanome.____ senzanome.____
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Udite, o abitatori di queste aule d’etere e di luce, voi che qui vi radunate come in novella piazza del secolo moderno: giacché non per vano capriccio, né per sterile desiderio di contesa io prendo ora la parola, ma mosso da un senso di giustizia che mal sopporta il silenzio.
Grande è infatti lo stupore — e non minore lo sdegno — nel contemplare come l’autorità, che dovrebbe esser concessa con ponderata saggezza e con occhio vigile al merito, venga talvolta dispensata secondo misura assai più fragile: quella della simpatia personale e del favore privato. Così accade che il nobile ufficio della moderazione, il quale dovrebbe essere baluardo d’equità e custode dell’ordine comune, sia affidato non a chi più dimostra temperanza, discernimento e rettitudine, ma a chi meglio incontra il beneplacito dell’owner e si muove entro il cerchio delle sue predilezioni.
E da tale costume, come da seme mal riposto, germogliano conseguenze che ogni spirito accorto può facilmente prevedere. Poiché quando il potere nasce dal favore e non dal merito, esso raramente si veste della giusta misura: diviene talora severo dove converrebbe indulgenza, e indulgente dove la giustizia richiederebbe fermezza. Non più strumento della comunità, ma quasi privilegio personale, esso si trasforma in scettro leggero nelle mani di chi non sempre ne conosce il peso.
Allora l’ordine, che dovrebbe regnare saldo come colonna nel tempio della convivenza, comincia lentamente a inclinarsi; e la fiducia — quella virtù invisibile che tiene unita ogni comunità — si consuma come cera dinanzi alla fiamma dell’arbitrio. I membri osservano, ponderano, e nel silenzio dei loro pensieri si domanda ciascuno se davvero la giustizia sieda su questo trono virtuale, o se piuttosto vi regni il capriccio del favore.
Non ignoro che ogni comunità abbia bisogno di guida, né nego il diritto di chi l’ha fondata di custodirne la forma e l’indirizzo. Ma guai a quella dimora — fosse pur edificata di parole e di simboli luminosi — ove il criterio del merito venga soppiantato da quello della simpatia, e ove i custodi dell’ordine siano scelti non per la loro saggezza, ma per la loro vicinanza al potere.
Perciò queste parole non siano intese come sterile invettiva, ma come ammonimento solenne: ché ogni autorità, se vuol dirsi legittima, deve fondarsi sull’equità, sulla misura e sul rispetto di tutti coloro che abitano questo spazio comune. Diversamente, ciò che oggi appare dominio saldo non sarà che fragile facciata, destinata prima o poi a cedere sotto il peso della propria ingiustizia.
Così io dico, non come nemico ma come testimone: che la vera forza di una comunità non risiede nel favore di pochi, bensì nella fiducia di molti. E là dove il merito torni ad essere la bilancia delle decisioni, là soltanto potrà rifiorire quell’ordine giusto e dignitoso che ogni consesso — reale o digitale che sia — dovrebbe aspirare a custodire.